La Fondazione Severino al Tempo delle Donne 2026: "Il teatro come strumento di reintegrazione negli istituti penitenziari"

Eventi

Milano

11 settembre 2026

A Milano, l'incontro con il comandante di Nisida e il regista Claudio Giovannesi. Una donna detenuta che oggi collabora con la compagnia racconta la sua esperienza

Milano, 11 settembre 2026 — "Serve uno spazio che restituisca voce e riconoscimento, prima ancora di trovare un lavoro": con questa affermazione, Eleonora Di Benedetto, vicepresidente di Fondazione Severino, ha aperto l'intervento "Non è un carcere per donne. Ragazze e ragazzi tra le sbarre, un futuro migliore con il teatro" presso la Triennale di Milano, nell'ambito del Tempo delle Donne 2026.

L'incontro ha approfondito la condizione delle donne e dei minori negli istituti penitenziari italiani, raccontando l'esperienza della Fondazione Severino attraverso tre voci: quella di Di Benedetto, quella del comandante Eleonora Ascione della polizia penitenziaria dell'istituto penale minorile di Nisida, e quella del regista Claudio Giovannesi.

La formazione oltre la professionalità

"Il nostro lavoro parte da un dato semplice: la formazione professionale da sola non basta a far ripartire una persona", ha spiegato Di Benedetto. "Per questo affianchiamo ai percorsi professionali i laboratori di teatro, scrittura, ceramica, lettura. Non sono attività accessorie, sono gli strumenti con cui chi è recluso ricostruisce competenze e fiducia in sé".

I dati supportano questa intuizione: chi esce dagli istituti penitenziari con una competenza professionale e artistica concreta ha molte meno probabilità di tornare a delinquere. "Il nostro impegno — ha continuato Di Benedetto — è creare alleanze con l'amministrazione penitenziaria, la magistratura di sorveglianza, le università e le imprese, su cui costruire modelli replicabili".

Dal carcere al palco della Sapienza

L'evento è stato aperto da alcune immagini tratte da "Il destino di tutte le cose è cambiare", libero adattamento de Le Troiane di Euripide e Sartre, diretto da Ludovica Andò e Veronica Di Marcantonio. L'opera è stata interpretata da cinque donne detenute nella sezione femminile della Casa Circondariale di Civitavecchia ed è stata portata lo scorso aprile al Nuovo Teatro Ateneo della Sapienza.

Una delle interpreti, Cinzia Contigliani, è stata protagonista speciale dell'evento milanese: uscita dal carcere, ha continuato a collaborare con la compagnia e ha recitato dal vivo un passaggio dall'opera sul palco della Triennale.

Uno spazio di libertà creativa

"Il palco rimane uno dei pochi spazi, dentro un istituto penitenziario o in una comunità minorile, in cui un'azione non viene ricondotta alla storia giudiziaria di chi la compie", ricorda la Fondazione. "Per le donne detenute significa interpretare un personaggio che non è madre reclusa, imputata, colpevole. Per i minori, misurarsi con un repertorio di persone possibili che spesso non hanno mai visto da vicino".

I numeri della detenzione femminile

Le donne rappresentano circa il 4,4% della popolazione detenuta in Italia — 2.804 persone al 31 marzo 2026 — una quota sostanzialmente stabile nei decenni e in linea con la media europea. A queste si aggiungono 22 ragazze negli istituti penali minorili.

La situazione del sistema minorile appare più critica: al 30 aprile 2026, gli Istituti penali per minorenni ospitavano 581 ragazzi, con una crescita superiore al 50% rispetto alla fine del 2022, spesso a fronte di risorse e personale insufficienti.

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